Annarita Lamberti: L'Orientale secondo me

 

Annarita Lamberti: L'Orientale secondo me

Annarita Lamberti

"Alla scuola di Pasquale Coppola ho imparato l’importanza della cura della didattica e della trasmissione dei contenuti"

Lei si è laureata nel 2000 in Scienze Politiche, relatore il prof. Coppola. La tesi aveva come argomento un tema assai suggestivo: «Le radici di Davide: Israele tra mediterraneità e New Ethnicity». Vuol dire i motivi della Sua scelta dell’Orientale per studiare Scienze Politiche?

Mi convinco ogni giorno di più che gli eventi importanti della vita avvengano “apparentemente” per caso ma che questa casualità sia solo apparente poiché alla matrice vi è una causalità, che non mi è facile argomentare. Eppure, ne sono certa. All’Orientale sono approdata dopo un anno, tanto bello quanto complicato, alla Facoltà di Architettura di Napoli, cui mi iscrissi subito dopo la maturità classica, conseguita al Genovesi, lo storico Liceo di piazza del Gesù alloggiato nell’edificio che fu l’Oratorio dei Nobili. Mi iscrissi ad Architettura in prima battuta ma conoscevo già l’allora Istituto Universitario Orientale proprio in quanto genovesina: per molti dei miei compagni più grandi era già stato il contesto per il proseguimento degli studi.

Ad Architettura, di cui ho bellissimi ricordi, non tardai ad accorgermi che avevo una disposizione più teorica che pratica: per me lo spazio era ed è una categoria per l’analisi della società piuttosto che una dimensione da plasmare e creare. E, per quanto possa apparire strano, ma lo è solo in “apparenza”, scegliere di passare a Scienze Politiche mi fu del tutto naturale. Nello specifico la proposta formativa dell’Orientale mi affascinava perché mi consentiva di coniugare l’approccio filosofico, oltre che sociologico e giuridico, alla contemporaneità per la sua decodifica. La possibilità di studiare le lingue, non solo quelle occidentali – ho studiato russo con la bravissima professoressa Platone –, costituiva un altro fattore di attrazione. Senza contare che ne conoscevo già la sede più rappresentativa, quella di palazzo Giusso che ne reca il nome nell’iscrizione frontale, e questo per una genovesina – architetto “in potenza” – non era un fattore trascurabile.

Come mai la tesi si è rivolta alla realtà d’Israele? Vi sono state, alla base, ragioni di geopolitica o religiose o di altro tipo ancora?

Avevo cominciato a nutrire un interesse per Israele già al Liceo, per le vicende storiche che condussero alla nascita dello Stato. Poi nel 1992 lessi Conoscere una donnadi Amos Oz, appena pubblicato da Guanda. Era il primo romanzo israeliano in cui mi imbattevo, il primo esemplare di una letteratura che tuttora mi accompagna e che mi “parla”, affrontando nei modi più disparati il rapporto conflittuale tra individuo e appartenenza culturale, a partire dallo specifico contesto israeliano ma con argomenti e modi sensibili anche per chi, come me, non abbia legami con Israele né con l’ebraismo. Non vivevo un bel momento in quegli anni, e Amos Oz con il suo romanzo mi ha aiutato ad affrontare la mia risalita. Ho conosciuto Israele attraverso la sua letteratura, che intreccia inscindibilmente arte, prospettive politiche, impegno civile, ricerca del sé in termini collettivi e individuali, autoanalisi, autocritica e accusa. Ho costruito la mia conoscenza di quel contesto nel corso degli anni, ma solo quando venne il momento di individuare la disciplina per lavorare alla tesi di laurea, emerse l’idea di affrontare la tematica israeliana attingendo a quel serbatoio.

Avevo frequentato il corso di “Geografia Politica ed Economica” tenuto da Pasquale Coppola ed ero rimasta affascinata dalla sua capacità argomentativa e dal modo in cui ci introduceva alle questioni mediorientali. Successivamente, seguii l’esame di “Geografia dello Sviluppo” con Rosario Sommella e, non senza esitazione, mi decisi a proporgli un progetto di tesi. Il prof. Sommella lo sottopose a sua volta all’attenzione del professore Coppola, che vi riconobbe un approccio culturalista alquanto insolito, lo trovò interessante e scelse di seguirmi personalmente.

Tuttavia, c’è un precedente importante senza il quale, forse, non ci sarebbe stata la mia tesi col titolo «Le radici di Davide: Israele tra mediterraneità e New Ethnicity». Uno degli ultimi corsi che ho frequentato è stato quello di “Storia dei partiti e dei movimenti politici”, tenuto da Giulio Machetti, che chiese a noi studenti di approfondire un argomento a scelta per una tesina. Proposi, allora, il ruolo dei partiti nella costruzione dell’identità nazionale israeliana. Il mio lavoro piacque al prof. Machetti, che volle presentarmi Maria Cristina Ercolessi, all’epoca curatrice del bellissimo laboratorio di «Africa e Mediterraneo», oggi «Afriche e Orienti».Maria Cristina mi propose di scrivere un articolo per la rivista, tranquillizzandomi che se avessi fallito non ci sarebbero state conseguenze ma, se avessi fatto un buon lavoro, sarei stata pubblicata.

«Identità e Mediterraneo nella letteratura israeliana» è stato il mio primo articolo uscito nel 1998, due anni prima che mi laureassi. Sono molto grata a Giulio Machetti e a Maria Cristina Ercolessi per aver creduto in me e per avermi dato una importante possibilità di esprimermi. In sintesi, il mio approccio alle questioni israeliane non è quello della militante, ma di una persona affascinata dal discorso sull’identità culturale e individuale.

È stata in Israele? Se c’è stata, quale l’impatto con questa realtà così particolare?

Sì, ci sono stata. In Israele ho lasciato un pezzo di cuore. Israele non è solo un luogo di dolore: chiunque vi ci si accosti con i pregiudizi massmediatici o ideologici rischia di non capirci niente, sospeso com’è tra l’apparente decodificabilità e cripticità dei segni. La società israeliana è sospesa tra i suoi estremi, è un ossimoro di fragilità e forza. Le scale di riferimento cui siamo abituati sono inefficaci per Israele. È un paese piccolo e multiforme, in cui risulta fuorviante affidarsi ai parametri statistici ed econometrici. Occorre accostarvisi con cautela e attenzione, stando sempre allerta a notare i particolari. Quanto a me, devo dire che è il posto in cui mi sono sentita libera di dire ciò che pensavo e rispettata per le mie opinioni. Sono stata vista, riconosciuta, ascoltata, apprezzata, accolta. Esaminata e promossa. Penso spesso ai posti e alle persone che ho conosciuto in questo strano, tenero e ruvido Paese e, quando ci penso, mi ritorna un sapore: quello delle prugne appena colte, dalla polpa calda per il sole, tanto calda che sembrava di mangiare il frutto dell’albero della marmellata. So bene che non sono osservazioni tecniche, da politologa e geografa, ma quelle si possono leggere nei miei articoli. Tuttavia, il patrimonio di emozioni che la frequentazione di Israele mi ha lasciato va ben oltre le tematiche di studio. Sebbene ce n’è una, quella dell’opzione “uno Stato per due popoli”, di cui mi piacerebbe molto occuparmi, chissà…

Vuole esporre i temi principali della Sua tesi?

Nella mia tesi di laurea ho sviluppato il tema della produzione del territorio dello Stato di Israele in relazione con la costruzione dell’identità nazionale, superando l’evidenza cartografica, indagando il senso del luogo nella letteratura, in particolar modo quella degli anni Ottanta, che con atteggiamento critico post-sionista riflette sul rapporto tra gli israeliani e la loro storia e la difficile eredità della diaspora europea. La letteratura possiede la forza antimitica per svuotare la retorica della politica, quella israeliana in particolare. Il “lavoro di terreno” nei territori dei romanzi, e non solo, mi ha permesso di demolire gli stereotipi ideologici in base ai quali Israele sarebbe un cuneo di estraneità nel Medio Oriente, individuando nel Mediterraneo l’immagine generativa di una identità legata alla Terra di Israele (oltre i comunitarismi che nutrono l’antagonismo tra ashkenaziti e sefarditi) e alla riscoperta delle radici diasporiche da parte delle seconde e terze generazioni ereztisraeliane, ovvero, native del paese.

Il prof. Coppola è stato un grande maestro e ha formato una scuola di notevole valore. Racconterebbe la Sua esperienza con lui come docente, a lezione, e come guida di una tesi di laurea?

Vorrei riuscire a parlarne senza retorica, evitando la deriva che si rischia quando ci si riferisce a persone che sono state tanto importanti nella nostra vita, e il professore Coppola lo è stato, molto, nella mia come in quella di tanti suoi studenti. Lo è stato perché era sinceramente interessato a quanto tutti noi avevamo da dire, negli interventi a lezione, nel porre domande, nelle conversazioni con lui, a margine delle correzioni di un prospetto di tesi, o per iscritto, nella revisione di un capitolo. A lezione era affascinante: abbiamo viaggiato tutti con lui nel Mediterraneo, nessuno dei suoi studenti dimenticherà quei viaggi: molti si sono messi in cammino non appena usciti dall’aula.

Ho un ricordo bellissimo del periodo di stesura della tesi sotto la sua guida, durato due anni: erano altri tempi! Sapeva essere una guida onnipresente in ogni momento del processo di scrittura e, nello stesso tempo, mi lasciava libera di esprimere il mio pensiero, rispettoso sempre della posizione anche quando divergeva dalla sua. E nel trasmettere il rigore metodologico della ricerca non mancava mai di ricordare il valore dell’interdisciplinarità e dello spirito critico.

Dopo la tesi, ha continuato gli studi o ha iniziato a lavorare?

Subito dopo la discussione fui reclutata dal professore Coppola per una ricerca sul patrimonio culturale nei paesi del bacino mediterraneo finanziata dal CNR, poi vinsi il concorso per il Dottorato di ricerca in “Geografia dello Sviluppo”. Ho smesso di studiare per cominciare a lavorare professionalmente dentro la sua scuola e l’ho affiancato per anni nella didattica come collaboratrice insieme ad altre colleghe e altri colleghi.

Quale ricordo ha dell’Orientale? Se dovesse immatricolarsi oggi per la prima volta, sceglierebbe nuovamente il nostro Ateneo?

Ho un bel ricordo dell’Orientale, e non è solo un vago ricordo, dal momento che quando sono a Napoli sono sempre attenta alle iniziative scientifiche e culturali. Per citare solo due di quelle culturali, che ho avuto modo di seguire: il bellissimo convegno organizzato da Livia Apa «Razzismo immigrazione e potere dell’immagine» nello scorso ottobre e l’interessante tavola rotonda sui recenti sviluppi delle crisi nella riva sud del Mediterraneo coordinata da Maria Donzelli, che si è tenuta qualche giorno fa al Rettorato.

Sì, mi immatricolerei di nuovo, ma vorrei farlo con tanta consapevolezza dei miei interessi da poter attingere a tutte le risorse di cui l’Istituto dispone – mi conceda, la prego, di ricorrere alla vecchia denominazione che mi è molto cara –. Mi immatricolerei di nuovo e lo consiglierei a chi volesse compiere gli studi umanistici, perché – oltre ai piani di studio e all’organizzazione dell’offerta didattica per corsi di laurea – è una fucina di stimoli, di contenuti, di spazi di incontro e confronto che non ha eguali. È un contesto in cui gli studenti non passano inosservati, in cui si coltivano relazioni. Senza contare l’immenso patrimonio delle biblioteche e la bellezza delle sedi che interagiscono con il cuore della città.

Potrebbe descrivere il clima che si respirava tra gli studenti, Suoi colleghi? Ci sono stati momenti di forte impegno anche politico? Di contestazione?

Sebbene possa sembrare leggera, direi che l’espressione più adatta a descrivere il clima che ho vissuto all’Orientale è “effervescente”. A mio avviso il suo punto di forza è l’estrema varietà umana e culturale, che vi converge nel creare una dimensione unica in cui ogni momento può essere creativo e stimolante. I momenti di contestazione o di confronto critico non li ho vissuti tanto da studentessa, ma li collego alla fase in cui sono stata dottoranda e collaboratrice nella didattica e nella ricerca. Preferisco la definizione di confronto critico perché relativamente alla mia esperienza si è sempre trattato di momenti vissuti in una relazione di vicinanza tra studenti e corpo docente, non sempre idilliaca, naturalmente, ma tuttavia senza eccessivi verticalismi.

E ora, qual è il Suo lavoro?

Da cinque anni sono professore a contratto all’Università di Bergamo, dove alla Facoltà di Lingue e Letterature Straniere insegno “Processi territoriali delle aree asiatiche” e “Diritto degli scambi interculturali”, una “disciplina” giuridica profondamente informata da una dimensione territoriale. Per quanto soffra molto della precarietà, sono felice di questo ruolo. Alla scuola del professore Coppola ho imparato l’importanza della cura della didattica, nell’individuazione del tema e dei testi, nella trasmissione dei contenuti, nell’osmosi tra il momento dell’insegnamento e gli eventi che si verificano fuori dalle aule. Porto a Bergamo quanto ho imparato all’Orientale, come tecnico e nella disposizione verso gli studenti. Il gradimento, che mi dimostrano – chiedendomi di seguirli nella stesura della tesi o nella supervisione dei tirocinii o nel rimanere in contatto anche al termine degli studi – mi conferma l’importanza di questa eredità e mi dà grande soddisfazione morale.

Nota differenze significative tra gli studenti del Meridione e quelli di Bergamo? Se ce ne sono, quali le principali?

Ci sono tante differenze, soprattutto contestuali. In primo luogo nella formazione di base degli studenti. Mentre all’Orientale gli studenti arrivano in gran parte dal Liceo classico e scientifico, i miei studenti bergamaschi vengono prevalentemente dagli istituti tecnici e dai licei linguistico psicopedagogico e linguistico. In parte per motivi di formazione di base e in parte per una specificità culturale, sono intimiditi dalle parole ma, poi, mostrano una notevole capacità di reazione e di azione, direi. Le mie classi all’Università di Bergamo sono costituite da studenti che arrivano dal circondario, dalla città e dalla provincia, ma anche da altre città lombarde e non, tanti bergamaschi doc a cui si mescolano i figli e i nipoti della “diaspora meridionale” e tanti immigrati di prima e seconda generazione: ragazze e ragazzi – e adulti anche – marocchini, tunisini, siriani, nigeriani, e cinesi.

Il primo a chiedermi la tesi è stato un borsista tunisino, che ha svolto un ottimo lavoro sulle organizzazioni regionali nel Medio Oriente – per il quale siamo stati lodati dal Preside in seduta di laurea –. Mi ha scelto per il mio modo di insegnare, per il mio approccio politologico e per la mia mediterraneità, che ribadiva ogni volta che qualcuno, per via del mio cognome longobardo, metteva in dubbio che fossi napoletana. Scherzi a parte, credo molto che questa ibridazione di esperienze, persone e culture sia una giusta strada da percorrere con crescente consapevolezza.

E questa riflessione si fa qui all’Università di Bergamo, non nella maniera di scientificità frizzante dell’Orientale, ma in una modalità più soft e, forse, più formale con i seminari, la collaborazione con il cineforum del LabOttanta e la cerimonia del tè ad esempio, che le docenti di cinese e giapponese hanno organizzato poche settimane fa. Ma i contesti sono molto diversi.

Oltre alla Geografia e al Suo lavoro, quali sono i Suoi interessi personali? La musica, la lettura, la scrittura… o altro ancora?

Leggo da sempre, soprattutto da quando al ginnasio scoprii quel “domino” di libri che è Port’Alba. Un corridoio in cui i libri sono disposti come le tessere di un domino: ne prendi uno e non puoi fermarti lì, perché subito un altro ti mostra la copertina, e tu li segui nel loro srotolarsi uno dopo l’altro. Dopo i romanzi ho scoperto la poesia e, crescendo, ho affinato la capacità di apprezzarla. Amo viaggiare ma non posso farlo quanto e come vorrei.

Con la scrittura il rapporto è diverso: la scrittura, quella creativa, è il mio spazio di espressione, la mia autoterapia. Scrivo racconti che da qualche tempo a questa parte hanno un tono umoristico oltre che autoironico. Dopo un lunghissimo periodo di scrittura solitaria e segreta, ho superato la paura del pubblico e ho cominciato a leggere le mie cose ad amici amanti della scrittura e della lettura e, poi, a proporle sul mio account di Facebook tra le note, spesso corredate da fotografie che scatto personalmente. Ecco, la fotografia, un’altra delle mie passioni.

Francesco Messapi