Comunicare cooperando: verso una comunicazione circolare e pro-sociale

 

Comunicare cooperando: verso una comunicazione circolare e pro-sociale

Logo del Centro LifeLong Learning

Il Centro LifeLong Learning organizza il secondo incontro del ciclo seminariale sul tema La possibilità dell’incontro, tenuto dal professor Antonio Maione

Napoli, 29 aprile 2010. Un carismatico Antonio Maione, responsabile della Pastorale Universitaria, presiede il secondo incontro dedicato alla comunicazione presso Palazzo S. Maria Porta Coeli in via Duomo, con la coordinazione del professor Giuseppe D’Alessandro dell’Università degli Studi di Napoli "L’Orientale".
Rivolto ad un attento e del tutto eterogeneo pubblico, l’oratore descrive la comunicazione come qualcosa alla quale l’uomo, per le sue stesse caratteristiche intrinseche, non può scegliere di non prendere parte: anche il rifiuto alla comunicazione viene per forza di cose comunicato.
Nell’atto comunicativo, inoltre, è sempre necessario un feedback, un meccanismo di retroazione del destinatario verso l’emittente: senza questa circolarità si va inevitabilmente incontro ad una comunicazione sterile, mentre l’aspetto pragmatico/empatico, che mira al coinvolgimento dell’altro, è anche prioritario rispetto a quello semantico/conoscitivo, prettamente linguistico.
Un’affermazione apparentemente paradossale del professor Maione è quella secondo cui anche quella parte dei nostri atti che è "dicibile" spesso non è in realtà trasmissibile. La motivazione addotta è la non ripetibilità, dunque unicità, di ogni nostra emozione o sensazione, per cui è impossibile trasferire in tutto e per tutto un contenuto che è fondamentalmente isolato nella sua singolarità. Proprio sulla base di questo limite della comunicazione umana, c’è sempre una tendenza inconscia a cercare di penetrare il mondo dell’altro.
Maione prende poi spunto da McLuhan, secondo il quale "la parola è un’estensione della nostra pelle", per sottolineare come ognuno di noi abbia l’esigenza di esprimersi secondo il proprio modello genetico, il ché è tanto personale quanto difficilissimo: la società e i rituali da essa imposti stabiliscono un imprinting che incide sulla nostra creatività ed eccezionalità e mina la nostra espressione personale, canalizzando tutti i modelli comunicativi.
Pertanto una tipologia di comunicazione riconosciuta dal professore come la più efficiente è quella pro-sociale che, rifuggendo l’aggressività, l’imposizione o la passività da parte di uno degli interlocutori, aiuta il soggetto non solo ad esplicare la sua autenticità ma anche a facilitare l’altro nella sua realizzazione ontogenetica. Quest’ultima, e non la seppur prevalente funzione gnoseologico-informativa, rappresenta lo scopo principale del linguaggio e della comunicazione.
In ultimo, il relatore ricorda la storia – vera – di Aurelio Cannizzaro, missionario nelle isole dell’arcipelago indonesiano, il quale evita una sicura aggressione da parte degli indigeni perché calvo e con la barba, quindi motivo di ilarità e divertimento laddove la popolazione, a causa di un diverso percorso genetico, aveva i capelli ma nessun tipo di peluria in volto: il sorriso che Cannizzaro sfoggia per accaparrarsi la fiducia e la simpatia degli abitanti del luogo, non è rilevante quanto invece il fatto di apparire loro come una creatura bizzarra e stramba, quindi innocua.
L’esempio è calzante perché mostra come la comunicazione sia un fatto di contest piuttosto che di testo, per cui anche aspetti non verbali di essa sono recepiti in maniere del tutto diverse a seconda della situazione e delle varianti che essa comporta.

Luisa Lupoli

© RIPRODUZIONE RISERVATA