Paola Gorla: in aumento l’interesse degli studenti verso l’America Latina

 

Paola Gorla: in aumento l’interesse degli studenti verso l’America Latina

Copertina del testo della prof.ssa Paola Gorla

La professoressa Paola Gorla è docente di lingua spagnola presso la Facoltà di Lingue e Letterature Straniere dell’Università degli Studi di Napoli L’Orientale e coordinatrice del Dottorato in Culture dei Paesi di Lingue Iberiche e Iberoamericane. In questa intervista ci parla di come è strutturato il dottorato e degli eventi organizzati

Professoressa Gorla lei è la coordinatrice del Dottorato in Culture dei Paesi di Lingue Iberiche e Iberoamericane, quali sono le tematiche di ricerca del Dottorato?

“Allora, in primo luogo il nostro dottorato è consorziato con Filosofia dell’Università Federico II di Napoli, le aree scientifiche trattate coprono la geografia di lingua spagnola e di lingua portoghese, quindi tutta l’area iberica, oltre che del centro America e di quella che viene chiamata l’America Latina. Le discipline di interesse invece sono: discipline linguistiche, discipline letterarie, discipline culturali nel senso più ampio del termine, e poi discipline storiche, storico-politiche e storico-filosofiche.”

Ha notato indirizzi o ambiti di ricerca privilegiati rispetto ad altri?

“Negli ultimi anni abbiamo notato un particolare interesse verso l’America Latina, questo anche perché in America Latina sta succedendo qualcosa di nuovo, si sta facendo una nuova politica linguistica. Di quelle che vengono chiamate le Reales Academias de España, ovvero tutti gli organi ufficiali che controllano lo sviluppo linguistico della lingua spagnola, le ultime pubblicazioni si è notato che sono nate da stimoli delle Reales Academias dell’America Latina. Il mercato editoriale inoltre, il mercato del romanzo, manifesta un grande successo del romanzo Latino Americano, e così che anche nel nostro dottorato si nota questo interesse per l’America Latina, un interesse sia linguistico, che filosofico e letterario.
Il nostro principale interesse è creare interazioni geografiche e disciplinari: mai chiudersi in un settore. Per noi è molto importante che nel dottorato ci sia filosofia perché è qualcosa che sta dietro a qualsiasi discorso culturale. Facciamo una offerta di conferenze sia a contenuto filosofico che a contenuto letterario e linguistico, come dicevo prima lavoriamo molto per creare un interazione, vogliamo uscire dalle discipline chiuse perché secondo noi le discipline chiuse hanno ormai manifestato il loro limite. Di un autore non se ne può leggere solo la vita o l’elenco delle opere ma è importante la ricerca interdisciplinare, ovvero, osservare un tema letterario dalla prospettiva filosofica, storico culturale e linguistica. Sennò non c’è più nulla da dire.”

C’è affluenza di dottorandi stranieri?

“Si, abbiamo sempre lavorato per l’internazionalizzazione, nel collegio docenti abbiamo tre docenti stranieri: un ordinario di Poitiers, uno di Granada e uno della Universidad del Zulia di Maracaibo; tra i dottorandi invece abbiamo due spagnole, un boliviano e un cinese. Crediamo nel criterio dell’incrocio in ogni senso, nell’internazionalizzazione forte, con persone istituzionalmente inserite nel dottorato sia come dottorandi che come docenti. In quanto a questo devo dire che in quest’università tutte le volte che abbiamo perseguito l’idea dell’internazionalizzazione abbiamo avuto pieno appoggio dal preside di facoltà, il professor Guarino che peraltro fa parte del nostro collegio di dottorato e, dal rettore, la professoressa Viganoni. Internazionalizzazione quindi, primo criterio primo obiettivo.”

In che modo è possibile accedere al Dottorato in Culture dei Paesi di Lingue Iberiche e Iberoamericane? Il Dottorato viene attivato ogni anno?

“Si accede abbastanza facilmente: quando esce il bando viene chiesto di presentare un progetto di ricerca, di ipotizzare una ricerca, che può essere successivamente cambiata o modificata, da realizzare nei tre anni di dottorato, o quattro anni con l’anno di proroga. Questa è una prima valutazione, è importante valutare la capacità dello studioso, anche se giovane, di porsi delle domande, di definire gli strumenti necessari a portare a termine la ricerca e di porsi questioni metodologiche. Il dottorato è anche un periodo di formazione quindi non pretendiamo che lo studente sia già preparato prima del periodo, ma è importante che dimostri un interesse ed un senso formale di cosa significhi fare ricerca.
Una volta presentati i progetti, tutti i candidati vengono sottoposti ad una prova scritta di cultura su temi molto aperti che ci serve per valutare le capacità argomentative e la capacità di impostare un discorso critico su un argomento culturale. La prova scritta può essere svolta nelle tre lingue pertinenti del dottorato, quindi si può scegliere di scrivere in spagnolo, in portoghese o in italiano.
Se si supera la prova scritta, si accede al colloquio orale sulle tematiche della prova stessa e sul progetto presentato dal candidato.
Per quanto riguarda il secondo discorso che lei faceva, quello dell’attivazione, l’anno scorso per motivi pratici il nostro dottorato ha scelto di non avviare il X ciclo. Quest’anno, il collegio avrebbe voluto avviare l’XI ciclo ma, ci sono delle problematiche legate al fatto che il ministero non manifesta grande interesse nell’investire soldi nella ricerca. Quindi al momento la decisione è ancora aperta, date le scelte fatte dal nostro ateneo il dottorato non dovrebbe partire ma essendo consorziato con l’università Federico II dipendiamo dalla decisione di due rettori: la professoressa Viganoni ed il professor Marrelli. in ogni caso, vedo difficile la possibilità di far partire quest’anno il nuovo ciclo.”

Che cosa sono i Dottorati in cotutela? Come funzionano?

“Allora, le cotutele permettono al dottorando di avere due tutor: uno che deve far parte del collegio ed un altro scelto nel caso in cui il dottorando decida di fare una tesi particolarmente complessa o comunque non attinente alle tematiche di uno dei docenti del collegio. In quest’ultimo caso, scegliamo uno studioso pertinente di un'altra università.
Scegliere un co-tutor vuol dire chiedere ad un docente di farsi carico dell’accoglienza del dottorando, oltre che di un agevolazione sulle ricerche e di una guida sui contenuti. Internazionalizzazione vuol dire anche spingere i dottorandi a passare un periodo di studio all’estero presso altre università per cercare contatti con altri studiosi e docenti.”

Come vengono gestite le borse di dottorato?

“In genere possiamo avere a disposizione da due a tre borse, quindi c’è la possibilità di avere lo stesso numero di studenti con borsa di quelli senza borsa. Ci sono poi gli studenti in sovrannumero, che sono quelli provenienti da paesi extraeuropei. Per noi gli studenti in sovrannumero sono molto importanti perché corrispondono perfettamente al nostro concetto di internazionalizzazione. Per quanto riguarda le borse, spesso ci sono studenti che non sono interessati alla borsa, questo perche le borse non permettono altri lavori o altri tipi di collaborazioni. Quello della borsa comunque non è l’unico criterio, infatti c’è un ulteriore problematica per lo studente che volesse intraprendere la carriera di dottorato, ed è il fatto che noi invitiamo, imponiamo, periodi di soggiorno all’estero per ricerca. In linea di massima si prevedono fino a sei mesi all’anno di permanenza all’estero, quindi stiamo sempre attenti nel bilancio a conservare delle somme per gli studenti, in primo luogo quelli senza borsa, che hanno bisogno di andare a fare un periodo di ricerca all’estero.”

Durante lo scorso anno accademico sono stati organizzati diversi eventi dal Dottorato in Culture dei Paesi di Lingue Iberiche e Iberoamericane, in che modo viene gestita la programmazione degli eventi e da chi?

“La programmazione è interattiva, questo è un dottorato molto democratico, nel senso che il gruppo è molto unito e per gruppo intendo non solo il collegio dei docenti ma anche i dottorandi e i dottorati, ovvero coloro che hanno già terminato il dottorato e che sono rimasti vincolati a quest’ultimo da contratti di ricerca. In pratica noi tendiamo a chiedere il supporto di tutti.
Il collegio se sa che ci sono dei dottorandi interessati a determinate tematiche e conosce un docente straniero particolarmente importante in quei campi lo invita. I dottorandi stessi se conoscono un docente esperto in un particolare argomento si consultano col collegio, mandandoci il curriculum e spiegandoci perché potrebbe essere interessante invitare quel docente, e noi incarichiamo il dottorando stesso di formulare un invito a questo docente permettendo così al dottorando stesso di entrare in contatto con questo studioso. Ogni anno costruiamo un calendario in anticipo ma lavoriamo anche molto sulle sue variabili, infatti, siccome alcuni ospiti vengono da oltreoceano, riuscire a non pagare il viaggio dall’America ad ogni ospite per noi diventa molto importante perché ci permette di avere più soldi per pagare i dottorandi che magari devono andare in America Latina per le proprie ricerche. Tutti sanno che appena un ospite importante viene invitato in Europa, al Cervantes o in qualsiasi altro istituto di cultura o università, sono pronti ad avvisarmi in modo che io possa intercettare quest’ospite e pagargli solo il viaggio in Europa. Di conseguenza il nostro calendario è sempre in fase di lavorazione. Tutti i ragazzi del dottorato sono coscienti dell’esistenza di un bilancio al quale tutti dobbiamo rispondere. Ogni anno comunque organizziamo un evento importante, per esempio quest’anno abbiamo organizzato un congresso sui duecento anni d’indipendenza dell’America Latina.”

Come è possibile ottenere la presenza di ospiti provenienti da paesi i cui governi potrebbero ostacolarne l’uscita? Mi riferisco ad esempio al professor Ariel Camejo dell’Università de La Habana che è stato qui non molti mesi fa.

“Noi in realtà abbiamo creato tre rapporti di relazioni internazionali con università estere: abbiamo un rapporto di interrelazione con l’Università Simón Bolívar di Quito in Ecuador, un rapporto con l’Università del Zulia di Maracaibo in Venezuela e l’ultimo con la Facoltà di Artes y Letras dell’Università de La Habana. Abbiamo scelto di istituzionalizzare i rapporti di relazioni internazionali con queste università in modo da creare un corridoio di collegamento facile. Nel caso del professor Camejo, il vice preside della Facoltà di Artes y Letras, che è stato qua qualche mese fa, è stato un po’ deciso all’ultimo momento perché il professore era stato invitato a lavorare un mese all’Università di Berlino, quindi si può dire che lui è stato uno di quelli intercettati.”

Le conferenze organizzate dal Dottorato in Culture dei Paesi di Lingue Iberiche e Iberoamericane si svolgono con tutti i partecipanti seduti attorno ad un tavolo, annullando, in un certo senso, le comuni distanze tra chi tiene la conferenza ed il pubblico. Ci parli di questa scelta: a cosa è dovuta e che effetti ha avuto sui partecipanti?

“In realtà è stata una cosa molto voluta perché c’entra con questo spirito del dottorato come gruppo, per cui il collegio ha il proprio ruolo ma non è più o meno responsabile delle scelte di budget, o degli ospiti, dei dottorandi stessi. Il criterio di ispirazione è questo: facciamo si che i nostri ospiti non si trovino su una cattedra a parlare da una certa distanza ad un gruppo indistinto di persone perché il dottorato è composto da un gruppo di studiosi e studioso è l’ospite. Di conseguenza, l’ospite sceglie una tematica però è assolutamente importante, nella formazione di un futuro ricercatore, non mettersi nella condizione di servilismo, di dipendenza dal sapere di un altro, ma di assumere il sapere ascoltando con tutta la possibilità di fare domande, di mettere in questione e di argomentare le proprie opinioni. Detto questo, credo che la posizione attorno ad un tavolo sia quella più adatta, perché la cattedra è sempre sopra un gradino e non aiuta psicologicamente l’interazione. L’ospite viene accolto dai dottorandi, accompagnato dai dottorandi e quasi sempre la lezione finisce con un aperitivo ed una cena insieme a tutti i dottorandi. Di solito gli ospiti sono persone di grande portata culturale internazionale che scelgono di parlare di un argomento specifico, ma sono persone che sanno anche parlare di metodologie di ricerca e quindi persone alle quali i dottorandi potrebbero aver bisogno di fare domande, chiedere consigli sulla propria tesi e sui propri argomenti di ricerca. Io credo che a parte il momento della presentazione ufficiale, che è quello della conferenza, al quale abbiamo tentato di togliere l’aspetto formale, diventa importante la possibilità di interazione umana e personale che si ha solo dopo, magari seduti al bar davanti ad un bicchiere di vino.”

C’è già in programma qualche evento per quest’anno accademico? Di cosa si tratta?

“In programma no, in realtà noi abbiamo ancora due ospiti per fine anno: uno è un giornalista, un corrispondente della Stampa da Buenos Aires che ha appena finito un libro su Maradona e che verrà da noi a parlarci della sua esperienza di giornalista italiano a Buenos Aires; e poi abbiamo scoperto che i primi di dicembre un grandissimo studioso di avanguardie artistiche spagnole, il professor Morelli, verrà invitato dall’Instituto Cervantes di Napoli per la presentazione di un libro su Rosales, un poeta post-avanguardista spagnolo. Così che abbiamo chiesto al professor Morelli la disponibilità di venire a fare, il giorno successivo, una lezione sul senso dell’avanguardia, perché sono passati cento anni dalla nascita di questi movimenti che sono stati di grande rottura e, come è stato fatto due anni fa per il futurismo, forse è arrivato il momento anche per le avanguardie spagnole di riflettere sulla portata di questa rottura e sulla sua eredità.
Per quanto riguarda l’anno prossimo ancora non sappiamo bene, vorremmo comunque mantenere il rapporto di relazioni internazionali con l’Università di Quito, quindi dovrebbe venire per un periodo il preside della Facoltà di Lettere che lavora sulla letteratura poliziesca ispanoamericana. Probabilmente verrà anche inserito sui corsi di letteratura ispanoamericana della specialistica. Poi, visto il corridoio aperto con l’Università de la Habana, io spero che verranno la professoressa Ana Maria Gonzalez, che è diventata membro della Real Academia de la Lengua e che è già stata nostra ospite, e Carlos Martí, il poeta e scrittore cubano. Un altra cosa che sto tentando di fare è costruire un rapporto di relazioni internazionali con l’Università Autonoma di Madrid, per il momento il nostro contatto è la professoressa Zamora Calvo, una giovane docente che sta lavorando sulle storie di magia nei trattati dell’inquisizione. Spero di avere il tempo nell’arco dell’anno solare prossimo di formalizzare questo rapporto.”

Professoressa, cosa cambierebbe dell’Orientale?

“A me verrebbe da dire cosa cambierei della politica della ricerca in Italia prima che dell’Orientale perché l’Orientale deve far carico di scelte politiche che comunque non può fare. Quello che io vorrei, e so di non essere l’unica, sarebbe avere più aule grandi, più aule telematiche e computer a disposizione degli studenti e dei dottorandi, perché credo che l’internazionalizzazione si faccia anche attraverso la linea del computer. Quindi, il mio sogno è quello di un università molto più telematizzata, in cui si facciano anche alcuni esami col computer, a volte mi sembra ridicolo dover tentare di interpretare brutte grafie quando esistono i computer che potrebbero aiutarci a velocizzare il tutto. E poi sembra che i giovani siano telematizzati ma non è così, i giovani sono telematizzati solo per quanto riguarda il telefonino e per facebook, però poi non sanno fare una ricerca bibliografica e non sanno scrivere con i caratteri in lingua spagnola al computer. E poi un università che ci permetta di non dedicarci solo alla didattica, perché per me è un grande piacere, ma anche un grande sforzo dedicarmi al dottorato, non è per niente facile con il carico didattico che ho di lingua spagnola. E infine più soldi per gestire una didattica più corretta, con un minor numero di studenti per docente e più soldi per poter lavorare alla ricerca, perché è questo che fa la differenza, anche se non in Italia, in Europa.”

Cosa pensa dell’Open Access?

“L’ho studiato poco, per questo non ci sono cose mie, perché col poco tempo che ho mi risulta difficile osservare tutte le iniziative e le potenzialità di questa università. Io la trovo una cosa interessantissima, una nuova forma di comunicare la propria ricerca. Scrivere un libro è bello perché un libro è un bellissimo oggetto, un oggetto estetico anche, però il libro è anche un contenuto, ed il contenuto è giusto che abbia la massima diffusione possibile. Di conseguenza il fatto che l’università si faccia carico di un archivio aperto di produzioni culturali dei docenti, ma anche dei dottorandi, la trovo una cosa interessantissima. Quello che personalmente non ho ancora capito è il rapporto col copyright, nel senso che se io ho pubblicato un libro ed ho un rapporto con una casa editrice, non so se posso permettermi di rendere il mio pdf pubblico, è una cosa che devo studiare prima di decidere quali cose mettere nell’archivio.”

Cosa ne pensa del Web Magazine?

“Io in primo luogo vi devo ringraziare di cuore perché per me è un grandissimo sforzo la gestione del dottorato. È vero che sono giovane, è vero che ho più energie, è vero che il collegio mi ha voluta e mi sostiene in ogni senso, però è anche vero che fatico molto perché è tutto lavoro aggiunto ad un carico che per me è già abbastanza pesante. Il fatto che l’Orientale abbia deciso di osservarci e di scrivere le cose più interessanti che abbiamo fatto quest’anno, per me è un ringraziamento, perché so che lo sforzo vale a qualcosa. Inoltre tutti gli articoli pubblicati sul Web Magazine li ho inoltrati ad ogni ospite e sono stati tutti molto felici. Quindi vi ringrazio molto perché so che fate anche voi un grande sforzo, però il vostro occhio per noi è molto prezioso e per me è stato un piacevole riconoscimento ad un grande sforzo che ho tentato di fare.”

 

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Davide Aliberti

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