Cibo e acqua: diritti fondamentali mal tutelati

 

Cibo e acqua: diritti fondamentali mal tutelati

Logo del Centro Studi

Il Centro Studi sul Cibo e l'Alimentazione, con la collaborazione del "Soroptimist" di Napoli, ha curato l'incontro "Sovranità alimentare e Diritto all'acqua. Processi globali e movimenti locali"

L'Orientale, Palazzo Du Mesnil, 11-05-2012 - Nella Sala Conferenze del rettorato dell'Orientale, coordinati dal collega Arturo Martone, i professori Giuseppe Cataldi, Maurizio Gnerre e Liliana Mosca hanno affrontato il tema del cibo e dell'alimentazione globale con originali aperture tematiche. L'iniziativa rientra tra quelle promosse dal Centro Studi sul Cibo e l'Alimentazione, recentemente costituitosi.
L'alimentazione è uno dei diritti fondamentali per l'uomo: già nel 1948 l'Assemblea delle Nazioni Unite, con la Dichiarazione Universale dei diritti dell'uomo, sancì che "ogni individuo ha diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all'alimentazione" (Art. 25) e, nel corso degli anni, anche le nuove norme internazionali adottate hanno ribadito questo principio – il "Patto Internazionale sui Diritti Economici, Culturali e Sociali", la "Convenzione sui diritti del fanciullo" e quella contro la discriminazione della donna, il "Protocollo aggiuntivo alla commissione di Ginevra" che prevede la proibizione della morte per mancanza di alimenti come strategia di guerra.
Purtroppo però, nonostante queste premesse, cibo e acqua per molti sono un lusso. L'Assemblea delle Nazioni Unite, nel 2011, ha pubblicato nuove statistiche attraverso il documento "Sull'acqua potabile e sulla sanità": 884 milioni di persone non hanno accesso a fonti di acqua potabile; 2 miliardi e 600 milioni di persone non hanno accesso alla sanità di base; 1 milione e mezzo di bambini al di sotto dei 5 anni muoiono per fame e per malattie causate da denutrizione; 443 milioni di giorni di scuola persi per malattie collegate all'acqua e alla mancanza di sanità di base.
Tra i paesi più colpiti dall'emergenza dell'insufficienza alimentare ci sono quelli del continente africano, dove il 30% della popolazione (quasi 240 milioni di persone) risulta sottoalimentata.
Uno dei fattori che influisce e interferisce sulla sovranità alimentare di questi paesi è la questione dell'accaparramento delle terre o corsa all'oro "verde": interi ettari di terra acquistati per la coltivazione di piante destinate alla produzione di biocarburanti. Le stime attuali parlano di 60 milioni di ettari venduti dai governi locali alle multinazionali energetiche straniere. Questo processo va vanti senza tener conto delle comunità locali e, irresponsabilmente, non prende in considerazione l'impatto ambientale e la sicurezza alimentare: basti pensare alle enormi quantità d'acqua necessarie per l'irrigazione di questi campi in un paese dove l'acqua è un bene raro e, come ricordano i relatori intervenuti all'incontro, queste concessioni di terra, non seguendo regole chiare, stanno limitando sempre di più l'autonomia legislativa dei vari stati africani ed il loro diritto alla sovranità alimentare.
La questione dell'oro "verde" può essere considerata pertanto, come viene spiegato durante l'incontro, una conseguenza diretta del modo occidentale di intendere lo sviluppo. Conseguenza che va a minare il legame tra coltura e cultura di un paese: dove non c'è coltura che faccia da approvvigionamento per una comunità che insiste su di un territorio, non si affaccia neppure una cultura condivisa da quella comunità e riconoscibile al suo esterno. Dunque, là dove i paesi cosiddetti sviluppati si arrogano il diritto di esportare cultura mentre contemporaneamente rubano coltura privando le popolazioni locali della loro terra e riducendole di fatto alla fame, viene meno il naturale processo di sviluppo legato all'approccio alimentare.
Senza rendercene conto anche noi aderiamo a questo modello. Ed è per questo che la Presidente del "Soroptimist", Amina Lucantonio Fusco, ha posto la domanda "Quale tipo di società futura vogliamo?" offrendo così uno spunto di riflessione sui nostri stessi ritmi alimentari, oltre che su quelli dei paesi più lontani. È evidente infatti che, come lascia ben intendere la Fusco, ciascuno partecipa al processo di irresponsabilità se non si rende consapevole di quanto sta avvenendo.

Si ringrazia Donatella Dolce per la gentile collaborazione. Revisione del testo a cura della Redazione del Web Magazine d'Ateneo.

© RIPRODUZIONE RISERVATA